Palazzo Koch senza padrini
Con Draghi alla Bce si consuma il divorzio tra Rep. e Bankitalia
Silvio Berlusconi ieri si è detto “sicuro che il prossimo Consiglio dei capi di governo europei confermerà la candidatura di Mario Draghi” per succedere all’attuale presidente della Banca centrale europea (Bce), Jean-Claude Trichet. Un evento che “la dirà lunga sul prestigio mantenuto a livello internazionale”. Ma la novità, secondo qualche osservatore malizioso, è un’altra: con Draghi in decollo verso la Bce, non c’è uno straccio di papabile successore in Bankitalia riferibile all’area del quotidiano Repubblica.

Silvio Berlusconi ieri si è detto “sicuro che il prossimo Consiglio dei capi di governo europei confermerà la candidatura di Mario Draghi” per succedere all’attuale presidente della Banca centrale europea (Bce), Jean-Claude Trichet. Un evento che “la dirà lunga sul prestigio mantenuto a livello internazionale”. Ma la novità, secondo qualche osservatore malizioso, è un’altra: con Draghi in decollo verso la Bce, non c’è uno straccio di papabile successore in Bankitalia riferibile all’area del quotidiano Repubblica. Non Lorenzo Bini Smaghi, membro del board della Bce, nominato nel 2005 da Giulio Tremonti. Eugenio Scalfari nei suoi editoriali l’ha preso in considerazione una volta sola, nell’ottobre 2010, per impallinare la sua tremontiana ricetta di rigore e crescita: “Monsieur de La Palisse non avrebbe potuto dir meglio”. Né tanto meno è largofochettiano Vittorio Grilli, il più stretto collaboratore del ministro dell’Economia. Ma non lo sono neppure i due interni a Palazzo Koch, che pure il quotidiano di Ezio Mauro sembra sponsorizzare: Fabrizio Saccomanni, direttore generale a lungo braccio destro di Lamberto Dini; e Ignazio Visco, uomo di fiducia di Draghi. Il primo trauma si era consumato proprio con la nomina di Draghi, scelto dal Cav. nel 2005. Repubblica e il Quirinale, con Carlo Azeglio Ciampi, sponsorizzavano Tommaso Padoa-Schioppa, che di Ciampi era stato il collaboratore più fidato e che con Scalfari aveva un’amicizia professionale e personale.
Rep. suggerì anche allora di designare pro tempore un interno: in attesa che Prodi tornasse a Palazzo Chigi. Ma l’operazione non riuscì, e Padoa-Schioppa fu prodianamente compensato con la poltrona dell’Economia. Per Repubblica c’era già stata, è vero, una prima cesura, con l’ascesa di Antonio Fazio nel ’93. Ma in quel caso Scalfari puntò le bocche da fuoco contro l’altro candidato, Dini, inviso a Ciampi. E per un po’ continuò ad accompagnare le considerazioni di fine maggio con un ponderoso inserto intitolato “Considerazioni sul governatore”, che vide dibattere Luigi Spaventa, Massimo Riva, Antonio Pedone, Paolo Sylos-Labini e Scalfari stesso.
Rep. suggerì anche allora di designare pro tempore un interno: in attesa che Prodi tornasse a Palazzo Chigi. Ma l’operazione non riuscì, e Padoa-Schioppa fu prodianamente compensato con la poltrona dell’Economia. Per Repubblica c’era già stata, è vero, una prima cesura, con l’ascesa di Antonio Fazio nel ’93. Ma in quel caso Scalfari puntò le bocche da fuoco contro l’altro candidato, Dini, inviso a Ciampi. E per un po’ continuò ad accompagnare le considerazioni di fine maggio con un ponderoso inserto intitolato “Considerazioni sul governatore”, che vide dibattere Luigi Spaventa, Massimo Riva, Antonio Pedone, Paolo Sylos-Labini e Scalfari stesso.
Antonio Maccanico, che di quel giro era parte, lo definì “un club di ottimati”. Il Fondatore lo celebrò in un editoriale del 2005 dal titolo “La Banca d’Italia che ho conosciuto io”, nel quale svelava tra l’altro di aver ripreso a lungo sull’Espresso le confidenze di Guido Carli, sotto lo pseudonimo di Bancor. “Dall’opera di queste persone – scriveva Scalfari – è stata costruita la storia di un paese”. Logico che ora gestire un dopo Draghi senza voce in capitolo non sia problema da poco. Anche perché si tratta intanto di recuperare su Draghi stesso: come può un giornale che ogni giorno fa la rassegna di “come ci giudica (male) l’Europa” spiegare la nomina di un italiano alla Bce?
Ieri l’ingrato compito è toccato al vicedirettore Massimo Giannini che ha messo subito in chiaro come “nella buia notte della Repubblica oltre al Quirinale c’è un’altra istituzione che brilla di luce propria. E’ la Banca d’Italia”. L’incipit benevolo stride con il titolo che Scalfari riservò nel 2008 al governatore, reo di eccessivo credito al centrodestra appena tornato in sella: “Draghi il trapezista”. O con quella volta che lo definì “uno yuppie, uno che non ha l’aria da funzionario della Pubblica amministrazione”.
E d’altra parte Draghi l’amerikano è un classico di certi giri di sinistra: per Loretta Napoleoni, nota al pubblico di “Ballarò” come “esperta di economia da Londra”, collaboratrice di Unità, Monde, País e Guardian, “il curriculum di Draghi viene sapientemente riscritto – sostiene sul suo blog – se riesce a ottenere la presidenza della Bce sarà un bel colpo per la Goldman Sachs”. Urge correggere. Per Giannini “solo un civil servant con la preparazione e la dirittura etico-morale poteva vincere il pregiudizio intorno al suo passaggio in Goldman Sachs”. Poi ammette che sì, “questo sarà un grande risultato per il governo”; che comunque “matura dentro un ciclo che vede il nostro paese sprofondato al punto più basso della sua reputazione internazionale”. Non sarà facile per i largofochettiani. Per dirla con Scalfari: “Non è più la Banca d’Italia che ho conosciuto io”.
Ieri l’ingrato compito è toccato al vicedirettore Massimo Giannini che ha messo subito in chiaro come “nella buia notte della Repubblica oltre al Quirinale c’è un’altra istituzione che brilla di luce propria. E’ la Banca d’Italia”. L’incipit benevolo stride con il titolo che Scalfari riservò nel 2008 al governatore, reo di eccessivo credito al centrodestra appena tornato in sella: “Draghi il trapezista”. O con quella volta che lo definì “uno yuppie, uno che non ha l’aria da funzionario della Pubblica amministrazione”.
E d’altra parte Draghi l’amerikano è un classico di certi giri di sinistra: per Loretta Napoleoni, nota al pubblico di “Ballarò” come “esperta di economia da Londra”, collaboratrice di Unità, Monde, País e Guardian, “il curriculum di Draghi viene sapientemente riscritto – sostiene sul suo blog – se riesce a ottenere la presidenza della Bce sarà un bel colpo per la Goldman Sachs”. Urge correggere. Per Giannini “solo un civil servant con la preparazione e la dirittura etico-morale poteva vincere il pregiudizio intorno al suo passaggio in Goldman Sachs”. Poi ammette che sì, “questo sarà un grande risultato per il governo”; che comunque “matura dentro un ciclo che vede il nostro paese sprofondato al punto più basso della sua reputazione internazionale”. Non sarà facile per i largofochettiani. Per dirla con Scalfari: “Non è più la Banca d’Italia che ho conosciuto io”.